Domenica pomeriggio,
passeggio per le vie del centro in compagnia dei miei pensieri.
Strade semi-deserte. Saracinesche abbassate. La gente si concentra nelle arterie principali della città; faccio il possibile per evitarle. Cielo plumbeo. Ogni tanto, una goccia di pioggia sulla testa, come l’omonima tortura cinese, mi ricorda che potrebbe piovere, di nuovo, come da settimane a questa parte. Imbocco una strada che ben conosco: ci ho passato infanzia e parte dell’adolescenza. La strada è deserta e non passano mezzi. I pochi lampioni fanno ben poco per squarciare il buio e rivelare le transenne che delimitano le buche nell’asfalto. Tra le mura dei palazzi, i portoni, le impalcature di lavori che si trascinano stanchi da anni, si formano zone di oscurità quasi totale, da cui potrebbe emergere qualsiasi cosa.
Lui: Nero, sulla trentina, barba nera incolta, tuta da ginnastica, aspetto dimesso, semplice, povero, non sciatto.
Lei: sui settanta o poco meno, vestita in maniera decorosa, semplice, nessun segno particolare, donna del popolo.
Accanto alla saracinesca di un tabaccaio chiuso, a pochi passi dalla fermata dell’autobus,stanno vicini, un metro l’uno dall’altra, guardando la strada. Parlano del più e del meno.
Integrazione?
Normalità.
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