Regina di Cuori

Estate 2019

Vivendo un’esistenza di lavoro/casa/impegni, in cui i momenti liberi sono sempre passati in un’altra città, in una terra che non è la tua, a volte ti dimentichi delle tue radici, di quella che è la normalità in cui sei cresciuto.
Poi, una mattina, ti ritrovi a dover uscire presto per fare delle commissioni in banca. Ti accorgi che non è solo da te che le cose non funzionano, l’impiegato (l’unico) apre lo sportello venti minuti dopo l’orario di apertura della filiale e, con calma, si prende una decina di minuti a cliente, e altrettanti tra un cliente e l’altro.
Arriva il tuo turno, devi fare una semplice operazione di aggiornamento dati anagrafici e, candidamente ti dice che devi andare al backoffice perché lui non può fare quelle cose (ma allora perché ,alle macchinette per prendere il numero, mi scrivi “per operazioni dei correntisti?!”).
Pazienza, ti rechi nel retro della filiale e aspetti che Massimo sia libero. Lui ti accoglie, ti fa sedere e cerca il tuo conto (perché tutti si aspettano che tu conosca a memoria il tuo numero di conto, ma magari sono solo io che penso che tra tutte le cose che devo ricordare, il mio numero di conto corrente non sia poi fondamentale). L’operazione dura pochi minuti e, rendendoti conto che comunque farai tardi a lavoro, gli domandi ciò che in realtà ti interessava risolvere: “ma adesso sono a posto? Perché il bancomat (nuovo) mi lascia prelevare agli sportelli, anche se il mio documento di identità è scaduto, ma non mi lascia pagare tramite pos, e sono costretto ad andare in giro coi contanti in tasca.
Lui mi risponde: “no, non c’entra nulla. E’ un errore ben conosciuto ma che non si può spiegare”. Grazie Massimo, per lo meno non mi hai fatto la supercazzola. “o provi di nuovo, oppure, una volta verificato che la carta non funziona, torni e la facciamo nuova, tanto ci vogliono dieci minuti.”.
“Senti Massimo, io come te lavoro, e trovare il tempo per venire in banca agli orari delle filiali è un problema, per cui fammi direttamente una carta nuova”.
Massimo, che è una persona gentile, ci mette veramente dieci minuti a fare il tutto; mi saluta ed io posso dirigermi verso l’ufficio.
Per andare a lavoro, attraverso il mercato e decido di passare per Via Grande, è comunque presto e non c’è molta gente: chi fa la spesa, chi una passeggiata, ma è l’aria del mattino che è particolare, mancano tutti i perdigiorno, tutte quelle persone agghindate come se fossero direttori di azienda, come se si stessero recando a una serata di Gucci… una mattina normale, in una città normale, con della gente normale.
Sono lì che passeggio, riflettendo sul fatto che, alla fine, questa sorta di gita forzata non è stata malaccio quando eccola, è lei, la regina di cuori che vince l’intera mano, che se giocassi a briscola ti porterebbe a sessantuno…
Lei avrà abbondantemente passato la sessantina, indossa una maglietta sgualcita di cui non ricordo il colore, dei pantaloncini di cotone cortissimi, rimanenza delle rimanenze del mercato, che non nasconde nulla delle sue gambe sfatte e varicose, che tiene fermamente divaricate, novello duce che annuncia l’imminente presa di Addis Abeba. In testa ha una imprecisata fascia di un imprecisato materiale e, nella mano destra, stringe un bicchiere con una bevanda di color azzurro verdastro (latte e menta?!). Se ne sta lì, sorseggia la sua bevanda ed è come se noi non esistessimo.
La guardo e mi dico “a te non frega un cazzo di noi, non frega un cazzo del tempo che passa e del mondo che cambia, tu sei eterna, sei l’immagine di tutto quello che è la mia terra, di quello che negli anni ho imparato ad amare e ad odiare e che, in un certo modo, ci rende unici.
Poche persone, tra coloro che non sono di questa città, potranno mai capire cosa siamo veramente noi, gente partorita da una città nata su “commissione” , popolata di reietti, ex galeotti, e credenti di tutte le religioni.
Un selfie non sarebbe stato in grado di catturare la bellezza di questa immagine di semplicità, per cui lo scrivo; perché c’è stato un tempo in cui amavo scrivere, mettere i miei pensieri su carta, comunicare in questo modo i miei sentimenti più intimi, magari in maniera strampalata, con una punteggiatura scorretta, ma io ho fatto l’ITI, non sono uno scrittore…
Anche quel tempo è passato, la mia abitudine a comunicare in questo modo spesso non è stata compresa, anzi, è stata utilizzata, ferendomi, per attribuirmi vere o presunte incapacità comunicative. E allora mi dico: “chissenefrega! A te, regina di cuori del mercato centrale, dedico questa riflessione; perché in quell’attimo, in quel preciso istante, nulla tua oggettiva bruttezza, eri più bella, più viva e più vera di qualsiasi uomo o donna che ti si fosse paragonato, di tutta la merda che gira sui social e di tutte quelle facce false costrette a vivere un’esistenza alternativa, digitale, fatta di ostentazione e null’altro, perché intimamente ed inconsciamente insoddisfatte del proprio essere . Un Armani, un Gucci o un altro vattelappesca qualsiasi, sfoggiati come simbolo di ricchezza, bellezza e conformismo, necessari persino per scendere di casa a comprare il latte all’alimentari (sempre che ne esistano ancora) non valgono un centimetro quadrato del tuo abbigliamento da quattro soldi e della fierezza con cui lo sfoggiavi.

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