Pasqua 2014 (anche questo è Amore)

Pasqua 2014,

In seguito ad un evento molto spiacevole, presi una delle decisioni più difficili della mia vita, di quelle che ti cambiano l’esistenza, in un modo o nell’altro.
In questi anni mi sono affannato per tener fede all’impegno che mi ero preso. Ci sono riuscito? Se non in toto almeno in parte? Probabilmente no, ma non sta a me giudicarlo. Credo, al netto delle mie responsabilità, che non mi siano stati lasciati gli spazi e gli strumenti necessari per assolvere al mio compito, ma questa è solo una considerazione personale che non ha basi oggettive.
Essere genitore è difficile e si percorre una strada pavimentata di errori, nostri, di chi ci affianca nel cammino e di chi ci ha preceduto. Ed è ancora più difficile quando genitore non lo sei: è come se tutto il mondo ti ricordasse costantemente ciò che non sei, infischiandosene di quello che fai e di quanto ti sforzi. Ti ricorda costantemente che non hai i veri obblighi di un Padre, perché puoi sempre scegliere di sollevarti dalle tue responsabilità, ma ogni tuo passo falso costa il doppio. E non puoi scegliere nulla, nessuno ti aiuta, tutto quello che ci metti lo metti di tasca tua, per la società non esisti e non hai diritto ad alcun aiuto, nessuno sgravio, nulla di nulla. Per il mondo sei un dilettante, uno che fa le cose a tempo perso. Un tempo la parola “Dilettante” significava, citando il vocabolario: “Chi coltiva un’arte, una scienza, uno sport non per professione, né per lucro, ma per piacere proprio”. Molte delle figure più importanti della storia erano dilettanti, persone che, a prescindere dalla loro provenienza, mettevano tutto il loro essere in ciò che facevano; Heinrich Schliemann era un dilettante, e scoprì il Tesoro di Priamo. Un tempo, diletto era sinonimo di impegno e passione. Ad oggi sopravvive quasi solo il dispregiativo: “riferito a chi, nell’attività scientifica o tecnica, nella professione o nel mestiere che esercita, dimostra scarse capacità, o fa le cose tanto per fare, senza impegnarsi troppo”.
Ti sembra di impegnarti quanto il primo e la società ti vede come il secondo. Non puoi neanche andare ad un ricevimento scolastico, se qualcuno non chiude un occhio o se non sei accompagnato da altri. Sei sempre solo: quello che senti, i tuoi problemi, i tuoi dolori, vengono visti come se fossero meno acuti, diluiti dal fatto di non essere quello in prima linea, oppure sei un malato irrecuperabile che non vuole andare avanti. E vivi questo costantemente: dovresti essere soltanto felice di poter aiutare qualcun altro ma non ce la fai. Confronti la tua situazione e quello che ti viene riconosciuto con coloro che per natura, ma solo per natura, hanno il diritto di definirsi padri. E allora, uno che un giorno ha detto addio ai figli, che da anni non si occupa di loro, che non sa come stanno, come vanno a scuola, se hanno tutto ciò che gli serve o se fanno la fame, non perderà comunque il diritto di chiamarsi babbo. Tuo “figlio” boccia a scuola e, non trovando la madre, chiamano il padre, che non si vede da 5 anni, non te…
Uno che non ha idea di chi sia tipo che sta con la sua ex, se tratta bene la sua discendenza, oppure è un balordo della peggior specie, un tiranno, uno sfruttatore, ha e avrà sempre più diritti di te, avrà sempre un ruolo riconosciuto, uno spiraglio aperto, se non addirittura atteso con speranza.
Se sei un genitore biologico, potresti essere un malvivente, un alcolizzato e rischiare di perdere la tua condizione solamente in casi estremi.
E tu? Tu che, da quando lui ha abbandonato la nave, ti sei caricato sulle spalle le sue responsabilità, cosa sei? Anche quando ti comporti in maniera impeccabile e perfetta (e nessuno lo è mai) sei sempre e comunque un surrogato.
Ma poi, è proprio vero che tu puoi scegliere e gli altri no? Non mi pare che la “ggente” abbia poi tutti questi problemi a lasciarsi con un bel “chissenefrega”, anche con figli coinvolti. Tutti possono scegliere, c’è chi perde di più, e chi perde di meno, dipende da quanto t’importa, tutto lì. Io non mi sento proprio di poter scegliere una cosa del genere, non è in mio potere.
Le guerre che quotidianamente devi fare per crescere dei ragazzi, ti allontanano sempre di più dal loro cuore e inaridiscono il tuo, perché ad un certo punto, inevitabilmente, senza pronunciare mai la fatidica frase, iniziano a ricordarti costantemente che non sei il loro Padre e che devi farti i fatti tuoi. Certo, ti dicono che devi insistere, insistere e riprovare e che, “forse”, un giorno ti ascolteranno, ti riconosceranno, ma ciò può bastare? Non lo so:
Ti dicono che i figli ti danno bene e che un giorno lo vedrai; ma è come coltivare un orto per anni, ararlo, irrigarlo, aspettare ogni mattina con trepidazione lo spuntare di una piantina verde, e trovarti di fronte sempre il deserto (o almeno tu lo vedi così). Certo, forse un domani quell’orto sarà florido e rigoglioso, dentro di te puoi anche esserne sicuro, ma intanto tu muori di fame adesso!
Questa riflessione mi ricorda una cosa che realizzai tempo fa:
Qualche tempo dopo l’avvenimento a cui mi riferisco all’inizio di questa digressione, avevo in mente di realizzare qualcosa che trasmettesse il mio bene, l’affetto, la speranza che volevo dare ai miei cari, e riassumesse l’impegno che avevo deciso di assumermi con loro, quasi come fosse un contratto. Però volevo che fosse qualcosa di leggero, frivolo, senza discorsi complicati: una di quelle cose che riguardi nei momenti difficili e che ti danno un po’ di sollievo.
Avevo sotto mano una fotografia che avevo scattato a mia “moglie” ed ai miei “figli”, e decisi di trasformarla in un quadro. Volevo ottenere qualcosa di particolare, non una semplice fotografia di ritratto. Mi sarebbe piaciuto trasformarla in una cosa parzialmente astratta, non legata ad un momento particolare, qualcosa che, osservandola, non ti avesse fatto pensare all’oggetto in se o alle circostanze, ma a ciò che poteva essere: rendere statico un attimo per proiettarlo nel futuro.
Fusi il risultato di questa “mirabolante prova di ritocco” con il testo di una canzone che mi piaceva molto, che sentivo permeata di fiducia nel futuro, che cantava di come tutto potesse diventare bello se ci si fosse impegnati per farlo, non importa quanto fosse stato negativo il passato (Spesso mi ritrovo a “parlare” per bocca di una canzone).
Anche il fatto che il testo fosse mescolato ai colori della fotografia era un messaggio: per vederla e leggerla bisognava metterci attenzione, come le cose che abbiamo di fronte tutti i giorni, che sono sempre sotto i nostri occhi ma che, se non ci prestiamo attenzione, ci sfuggono sotto il naso.
Il risultato lo regalai alla Madre dei miei figli (chiedo scusa se continuo a chiamarli così, ma per me saranno sempre tali, finché avrò vita, nessuno si offenda), come principale, ma non esclusiva, destinataria di quel messaggio, lei era il mio faro e, solo in seguito ho cercato di percorrere una strada che fosse la mia, per scrollarmi di dosso la sensazione di essere un surrogato, di non stare lasciando niente di mio, di ciò che amavo, di quello in cui credevo. I ragazzi all’epoca erano troppo piccoli per capire ciò che rappresentava, ma in realtà il messaggio era diretto a tutti quanti, me compreso; racchiudeva l’impegno che mi ero preso con tutti loro, la speranza di far rinascere un fiore sopra a tanti momenti brutti. Il senso concreto, credo che fosse che dovevamo scoprire il significato di quel messaggio giorno per giorno, un giorno dopo l’altro, ma per fare ciò serve impegno costante, da parte di tutti. Forse, io per primo non sono stato abbastanza bravo. E’ anche vero che ci sono momenti, come l’adolescenza, in cui questi concetti arrivano molto meno a segno, nonostante l’impegno che ci metti; frase eufemistica per dire che certe cose non interessano più, soppiantate da bisogni più impellenti. Mi rifiuto però di accettare di dover sempre lasciar perdere ed aspettare che la “malattia” passi da sé.
E un pezzetto per volta, sull’altare dell’indipendenza, vengono sacrificate tutte le briciole che ti eri guadagnato, le piccole conquiste ottenute, che per un genitore sono una piccola perdita, in confronto a quello che hanno fatto, e che riottengono o riotterranno in altre forme; per me erano tutto quello che avevo di loro, sentirmi cercato, farmi raccontare qualcosa della loro vita mentre tenti di spiegargli il Mondo, guardare un film insieme. Il nulla ha sostituito tutte queste cose, ma quello che è fuggito sono io.
Certo, quella fotografia non è un opera d’arte, anzi riguardandola oggi la definirei brutta, rozza, grossolana e per questo forse non è stato capita. Forse tutto ciò che ho tentato di fare è parimenti grezzo ma, esattamente come tutto il resto, ci ho messo tutto il mio impegno e tutto il mio bene. Ciò mi lascia in bocca il sapore amaro di qualcosa che non è mai sbocciato definitivamente, come una metafora di questa vicenda familiare: Quel quadro è sempre stato lì, presente, ma non è mai stato appeso, rimanendo chiuso in un armadio. Ma io/noi non siamo Dorian Gray, e il quadro non si è deteriorato al posto nostro.
Avrei voluto davvero far risplendere il Sole a Mezzanotte…

SIXX A.M – LET IT HAUNT YOU (SO BEAUTIFUL)
You’ve got a lot to give right now
You’ve got a lot to live right now but what you wasted
You’ve got so much left to say
You’ve got so much left to say that you can taste it

You’ve got a revolution in your soul
You’ve got to learn to let it, have it haunt you
You’ve got celebration in your heart
You’ve got salvation, you’ve got scars
And everything that breaks you will not make you who you are

It’s so beautiful, so beautiful, just let it haunt you
It’s so beautiful, so wonderful, the way it wants you
You can make the sun come out at night
You can make everything alright
(You can make the sun come out at night)
So beautiful, so beautiful
And everything that breaks you will not make you who you are

Well it dragged you through the mud
It’s pumping through your blood so just embrace it
It’s something that you love
It’s something that you love then you should take it

You’ve got a revolution in your soul
You’ve got to learn to let it, have it haunt you
You’ve got celebration in your heart
You’ve got salvation, you’ve got scars
And everything that breaks you will not make you who you are

It’s so beautiful, so beautiful, just let it haunt you
It’s so beautiful, so wonderful, the way it wants you
You can make the sun come out at night
You can make everything alright
(You can make the sun come out at night)
So beautiful, so beautiful
And everything that breaks you will not make you who you are

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