Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Nonostante il titolo, questa non è un riflessione sulla fede, e nemmeno sulla fame nel mondo.
La domanda è: può un piatto di pasta dare la felicità?
Nei tempi passati, come ci raccontavano i nonni, avere la sicurezza di non saltare un pasto, oppure la differenza tra il pranzo della Domenica o un normale tozzo di pane e formaggio, era lo specchio lampante di quali fossero i valori del tempo, quando le necessità erano relative a questioni primarie e non a livello di qualità della vita.
Oggi, per assurdo, preparare un pranzo o consumarlo viene visto per lo più come una noia o una perdita di tempo.
Ma non è questo il punto della riflessione.
Quello che mi chiedo è: un piatto di pasta può servire a nutrire un affamato e perciò può renderti felice, per l’assolvimento di una necessità basilare dell’essere umano, ma può anche nutrire lo spirito? Non mi riferisco all’alta cucina, alla scoperta dei sapori, ai piatti dei grandi chef, ma alla cucina di tutti i giorni.
Per me la risposta è sì.
Se la tua esistenza è fatta di lavoro, superiori che non si capisce cosa ci stiano a fare, colleghi che al di là del loro orticello potresti parlargli di fisica quantistica con gli stessi grami risultati, che hanno il tempo di portarsi l’e-reader a lavoro, oppure organizzare tornei di subbuteo, mentre tu ti arrabatti per fare ciò che puoi, meglio che puoi, ma le cose sono così tante che rimani sempre in arretrato, e ti sembra di fare sempre e solamente il meno peggio possibile.
Se graviti tra tre o più case, ma non ne hai una tua e le tue cose sono sparse in due/tre città, e ovunque ti senti un ospite, portandoti la vita zaino in spalla, cercando di prevedere quali saranno le tue necessità.
Se, a quarantacinque anni suonati vivi con i genitori, che giustamente sono in casa loro, con le loro abitudini, ma per questo non hai mai un attimo di solitudine o non hai la possibilità di organizzarti neanche una cena tra amici, se non uscendo.
Se il tuo mondo è racchiuso in una camera, dove comunque ogni cosa che fai o non fai, ogni cosa che tocchi o sposti, viene annotato e registrato, un luogo dove tutto ciò che non è routine sembra strano e alieno, sintomo di chissà che cosa di trascendentale e non delle umane voglie; Un posto dove, le rare volte che resti solo, ti senti come un carcerato durante l’ora d’aria.
Se senti di aver impegnato tutte le forze, mentali e materiali, per contribuire ad una famiglia che per te è tua, ma che tua non è, ipotecando, forse in maniera definitiva, il tuo futuro.
Se, quando parli con la tua compagna dei tuoi problemi, del fatto che, nonostante il tuo impegno, sembra che non fai mai abbastanza, che invece di un pilastro della famiglia ti senti solo un aiuto, un collaboratore non indispensabile e, nonostante questo, arrivi sempre alla fine del mese in rosso.
Se mentre ti sfoghi dicendo ciò, rammaricandoti per quello a cui hai dovuto rinunciare per tirare avanti, per il vuoto che senti dentro, la tua “non” figlia, che ami come fosse tua, commenta le tue parole con un lapidario “nessuno ti ha obbligato”.
Allora, se una sera torni a casa dopo una giornata al mare, e per un caso più unico che raro ti ritrovi solo… metti l’acqua sul fuoco, ti fai una doccia e mentre ti asciughi butti la pasta. Poi ti siedi sul divano, solamente con piatto e forchetta a guardare la partita in tv (no il rutto libero di Fantozziana memoria non è compreso).
Allora sì! Puoi ritrovarti a pensare che un piatto di pasta, tortellini al ragù per la precisione, sia la felicità.

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